donna Archives - Il Canto di Estia di Marisa Raggio

JOAN E FIONA: DUE ASPETTI DEL FEMMINILE       (PARTE SECONDA)

JOAN E FIONA: DUE ASPETTI DEL FEMMINILE (PARTE SECONDA)

IL VERDETTO

“Quando una corte di giustizia delibera in merito all’educazione di un bambino, il benessere del bambino stesso deve essere considerato come prevalente e prioritario”, articolo fondamentale del Children Act (che dà il titolo originale al film), introdotto nella legislazione inglese nel 1989.

Se in “The Wife”, abbiamo visto un modello femminile apparentemente passivo, in questo film, tratto dal romanzo di Ian McEwan, ci troviamo di fronte ad una donna molto diversa.

Fiona Maye, è una persona importante: giudice della “Supreme Court of the United Kingdom”, si occupa principalmente dei casi più delicati di diritto familiare.

La sua carica ha un grande rilievo nel Regno Unito, infatti è assegnata a soltanto dodici giudici, attraverso una lunga e complessa procedura: il nome del candidato deve essere proposto al Lord Chancellor, se è accettato, passa al vaglio del primo ministro e infine, viene presentato alla Regina in persona, per la nomina finale.

Dunque la nostra eroina è una donna “tutta di un pezzo”, di doti morali e intellettuali largamente riconosciute, anche in un ambiente terribilmente maschilista ed elittario come quello in cui si muove.

Questo ci fa pensare che Fiona abbia dovuto faticare il doppio di qualsiasi collega uomo per raggiungere una posizione professionale così rilevante.

Ogni altro aspetto della sua vita è azzerato, fagocitato dall’impegno professionale, si salva solo la musica, una passione che continua a coltivare con puntiglioso impegno.

Il suo matrimonio vacilla, la vediamo alle prese con un marito dotato di una devozione “fantascientifica”, ferito dalla lontananza affettiva della moglie. Insomma la solita storia, ma al contrario.

Il film, affronta molti temi delicati e complessi, come il conflitto fra legge ed etica, fede e amore, aprendo anche una finestra sulla difficoltà adolescenziale di costruire una propria identità cercando di trovare riferimenti adeguati.

E tuttavia la figura della protagonista che qui ci interessa.

Il Giudice May, “My Lady”, come l’etichetta impone di chiamarla, impegnata in una causa complessa, attraverso l’incontro con un affascinante adolescente gravemente malato, si trova a dovere sciogliere dei nodi che da troppo tempo aveva accantonato. Da un lato ci viene descritta secondo lo stereotipo maschile della donna che deve rinunciare ai suoi attributi femminili: maternità e famiglia, in favore di una mascolinizzazione, per raggiungere professionalmente la vetta.

Questa visione manichea all’inizio può apparire irritante, ma la potenza espressiva di Emma Thompson ci regala l’immagine di una donna ricca di sfaccettature, una figura dolente, a tratti tragica, alla quale il mondo degli uomini ha richiesto di camuffare alcuni aspetti del proprio femminile.

Noi vediamo Fiona sempre in divisa, ogni giorno corazzata nel suo tailleur rigorosamente nero, oppure, con tanto di parrucca e cappa bordata di ermellino nello svolgimento del proprio solenne incarico. Persino quando indossa abiti da “occasione”, sembra non togliersi mai elmo e corazza.

Schierata in difesa delle legge, delle norme della costituzione, dell’ordine contrapposto al caos, della razionalità rispetto alla passione, del bene collettivo, contrapposto a quello del singolo individuo, il giudice Fiona May è una Atena perfetta.

Ci insegna James Hillman*, che Atena è la protettrice dell’ordine civico, paladina del mito del progresso, della civiltà occidentale, dotata dell’abilità di risolvere problemi intricati. Sostenitrice della civile moderazione, esalta la perspicacia del giudizio, il prevalere dell’autocontrollo sull’azione impulsiva.

“Tutte qualità che costituiscono l’intima essenza della mente strategica… possiamo dire che Atena esercitava il potere in modo strategico senza ricorrere semplicemente alla coercizione.” **

La donna dominata dalla rappresentazione archetipica di Atena è sovente, proprio come Fiona, una donna da ammirare, stimare, ma non sempre da amare. Portatrice di una qualità emotiva rigida, costringe sé stessa a celare le proprie emozioni e spesso le qualità più belle della sua anima.

Si tratta di una modalità di comportamento che rischia di essere più utile alla comunità che alle persone affettivamente vicine, ed è pericolosa, perché lo sforzo che questa donna richiede a se stessa è altissimo. Tutto ciò la rende talvolta incapace di comprendere la fragilità altrui e rispettare i propri limiti.

“L’immagine di Atena, con l’elmo e la corazza, ci riporta all’iniziale riferimento a Freud. Il piccolo sintomo, così estraneo alla visione normativa dell’Io, è la crepa nella struttura che fai incrinare tutte le nostre immagini normative di come dovremmo essere… E’ la falla fatale, appunto il Fato, Necessità, che afferra la nostra anima a dispetto di tutti gli scudi che la previdenza è pronta a impugnare contro di lei.” ***

In poche righe, James Hillman sintetizza la storia di Fiona-Atena, anticipando la conclusione della vicenda.

Il sintomo, il disturbo fuori luogo, non pianificato, in questo caso l’incontro con il ragazzo infermo, irrompe nella sua vita con una valenza dolorosamente salvifica.

La tragedia è terribile, ma la corazza si è finalmente incrinata, ora Atena è libera di soffrire, di piangere e soprattutto di “sentire” il proprio dolore e dunque condividerlo con chi ha al suo fianco.

Potremmo essere di fronte ad un autentico processo di integrazione, Fiona ora ha visto in sé le qualità morbide ed istintive che rinnegava, pur inconsapevolmente continuando a nutrirla con il suo pianoforte. Adeso, con questa parte riscoperta, potrebbe riequilibrare gli aspetti più rigidi e normativi del proprio carattere. Fiona forse non sarà più costretta a scegliere fra la mente e il cuore.

Conclusione

Due donne, Joan e Fiona, apparentemente opposte, che sono accomunate da uno stesso dramma: il sacrificio della propria essenza sull’altare dei valori patriarcali; per Era l’istituzione matrimoniale e la famiglia, per Atena, l’Ordine Costituito e la Norma.

Le loro storie possono insegnarci che quanto assorbiamo come modello inevitabile, in realtà non lo è affatto!

Noi possiamo sempre cercare un’altra strada che è quella di accogliere la totalità di noi stesse, senza privarci di parti che ci insegnano a disprezzare, ma che spesso sono proprio le nostre più grandi risorse.

Un abbraccio circolare. Che Estia sia con voi.

Marisa Raggio

I Fiori e le Dee

 

Note:

* Figure del mito, pag. 63, Adelphi Edizioni

**Ibidem

***Ibidem

 

 

 

 

 

JOAN E FIONA: DUE ASPETTI DEL FEMMINILE            (Parte prima)

JOAN E FIONA: DUE ASPETTI DEL FEMMINILE (Parte prima)

Evviva il Cinema!

Due film, due gigantesche attrici, in questo momento la fanno da padrone nelle sale cinematografiche.

“The Wife”, con una Glen Close lanciata verso l’Oscar, e “Il Verdetto, the children act”, interpretato da Emma Thomson, in uno dei ruoli più importanti della sua magnifica carriera.

(Di seguito riferimenti alle vicende narrate dalle due pellicole e quindi anticipazioni di eventuali colpi di scena.)

Ci sarebbero tante considerazioni da fare su queste due pellicole ricche di temi complessi, ma qui desidero proporre una lettura in chiave archetipica delle due protagoniste.

Sono sorpresa che proprio in questo momento storico, quando i modelli mediatici ci rimandano a un femminile “evergreen”, perfetto fino all’artificio grottesco, le due mattatrici non solo siano donne, ma pure “mayores” (vecchie), come dicono garbatamente gli spagnoli.

Lo rende evidente la macchina da presa mentre accarezza il viso delle attrici in impietosi quanto amorevoli primi piani che seguono la mappa delle rughe, la piega amara della bocca, la fronte cronicamente corrugata.

Due figure titaniche che rappresentano una ghiotta occasione per svelare l’aspetto archetipico che loro rappresentano.

 

THE WIFE-Vivere nell’ombra

“The Wife”: è la storia di un matrimonio e soprattutto di un segreto faticosamente e dolorosamente celato.

Il film presenta i coniugi Castleman, Joe e Joan, in attesa di una importante comunicazione. Il marito è nervoso, impone alla moglie un triste coito “ perché lui si deve rilassare”, e lei per quanto assonnata, docilmente lo accontenta. Finalmente arriva dalla Svezia la telefonata e loro possono esultare come due ragazzini: Joe ha vinto il premio Nobel per la letteratura, il sogno si è avverato, lui è il più grande scrittore vivente.

Joan però, dietro alla facciata dell’esultanza, è sconvolta, mille ricordi, riflessioni e valutazioni affiorano nella sua mente, riportando a galla il “grande segreto”.

Nella lussuosa frenesia di una Stoccolma che prepara le Celebrazioni per la consegna dei Nobel, Joan si trova a rivivere il passato, quasi che tutto quello sfarzo, l’accoglienza straordinaria loro riservata, renda ancora più scabro il dolore per il suo enorme sacrificio, quel dono che lei ha strappato da sé e offerto al marito.

Joe in realtà non è un genio e neanche un artista, lei, la piccola moglie solerte, è la creatrice delle opere che gli stanno regalando imperitura fama, lui non è che un uomo comune, a cui la sposa ha consegnato scettro e corona.

Il velo si squarcia, da lì in avanti la situazione precipita, anche in modo imprevedibile, ma nessuno si salva, la verità, se mai sarà svelata, e in questo il regista lascia il finale aperto, comunque giunge troppo tardi.

Già il titolo ci dice che si sta raccontando la storia di una moglie, anzi, la Moglie, che vive una quotidianità confortevole e agiata, come il marito le rifaccia durante un alterco. Joan però non sembra mai compiaciuta di tanta abbondanza, piuttosto appare impegnata instancabilmente nell’onorare l’unico culto a cui ha immolato quaranta anni di vita: il Matrimonio Perfetto.

E’ qui inevitabile l’accostamento con la divinità greca Era, moglie del sommo Zeus, sovrano di dei e uomini, dunque lei stesa regina. Il Mito, ce la descrive potente e regale, dea “dai cento occhi” che utilizza per tenere sotto controllo un marito farfallone. Molto onorata nel mondo classico, in quanto protettrice dell’istituzione alla base della società civile: il matrimonio, Era è perennemente impegnata nel mantenere il suo ruolo di first lady, alternando ira e arrendevolezza nei riguardi di uno sposo narcisista e infedele.

Quante donne così hanno attraversato la storia e la società moderna all’ombra del loro marito?

“Dietro un grande uomo ecc…” una frase che mi ha sempre fatto rabbrividire, stimolando una domanda: quali rinunce, umiliazioni, bugie, quanti compromessi dietro a queste grandi donne che scelgono di stare dietro a tali presunti grandi uomini?

Qui sta il nodo della vicenda: Joan aveva creduto di potersi sottoporre a qualsiasi sacrificio, onere, segreto, pur di mantenere l’immago del matrimonio perfetto. Disposta anche a ingoiare la sua possessività, cercando di sublimare l’onta del tradimento con un atto creativo che alla fine non le apparterrà neanche, perché lei stessa sceglie di deporre i frutti del suo talento ai piedi del coniuge, assiso sul trono che lei stessa gli ha assegnato.

Joan, così come non riesce a proteggere i parti del proprio genio creativo dall’ingordigia infantile dello sposo, così non riesce a proteggere il figlio, la cui autostima è sistematicamente minata dalla patologica competitività paterna, proprio come Freud insegna.

Anche qui la spinta archetipica moglie-Era supera l’istinto materno e non le permette di opporsi al suo Signore per schierarsi a fianco del figlio che alla fine è sia vittima sacrificale del matrimonio perfetto, sia il tarlo che finirà per scardinare l’allestimento così sapientemente costruito da entrambe i genitori in quaranta anni di vita in comune.

Creare un grande uomo e poi restare nella sua ombra è una scelta approvata, anzi, socialmente consigliata, una scelta fatta di paura, insicurezza, cronica fame di amore, bisogno di accettazione. Una scelta che finisce per avere un costo altissimo. Il prezzo pagato è quello del dolore, della rinuncia continua a essere veramente sé stessa.

Il film sembra suggerire, senza possibilità di riscatto o liberazione, che il patto fatale non si scioglierà neanche con la morte.

A noi resta una domanda: il sacrificio di questa Era contemporanea, è stato dettato dall’amore per il partner o dalla sua ferrea volontà di alimentare quella proiezione che aveva fatto da ragazza sul vanesio insegnante di letteratura?

Pur di essere la moglie del grande uomo, forse Joan ha posto il suo professorucolo su un piedistallo che lei stessa ha costruito, pezzo per pezzo, pagina dopo pagina.

Dunque non solo Dea officiante del Matrimonio, ma anche piccola donna fragile che non ha avuto il coraggio di essere padrona di sé stessa, lottando per affermare nel mondo la propria vocazione. Certe volte, restare dietro le quinte, può essere deprimente, ma anche infinitamente più rassicurante, soprattutto per le donne che da millenni si sentono ripetere che valgono poco, troppo poco. (Continua)

Marisa Raggio     I Fiori e le Dee

 

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