Dea Archives - Il Canto di Estia di Marisa Raggio

JOAN E FIONA: DUE ASPETTI DEL FEMMINILE            (Parte prima)

JOAN E FIONA: DUE ASPETTI DEL FEMMINILE (Parte prima)

Evviva il Cinema!

Due film, due gigantesche attrici, in questo momento la fanno da padrone nelle sale cinematografiche.

“The Wife”, con una Glen Close lanciata verso l’Oscar, e “Il Verdetto, the children act”, interpretato da Emma Thomson, in uno dei ruoli più importanti della sua magnifica carriera.

(Di seguito riferimenti alle vicende narrate dalle due pellicole e quindi anticipazioni di eventuali colpi di scena.)

Ci sarebbero tante considerazioni da fare su queste due pellicole ricche di temi complessi, ma qui desidero proporre una lettura in chiave archetipica delle due protagoniste.

Sono sorpresa che proprio in questo momento storico, quando i modelli mediatici ci rimandano a un femminile “evergreen”, perfetto fino all’artificio grottesco, le due mattatrici non solo siano donne, ma pure “mayores” (vecchie), come dicono garbatamente gli spagnoli.

Lo rende evidente la macchina da presa mentre accarezza il viso delle attrici in impietosi quanto amorevoli primi piani che seguono la mappa delle rughe, la piega amara della bocca, la fronte cronicamente corrugata.

Due figure titaniche che rappresentano una ghiotta occasione per svelare l’aspetto archetipico che loro rappresentano.

 

THE WIFE-Vivere nell’ombra

“The Wife”: è la storia di un matrimonio e soprattutto di un segreto faticosamente e dolorosamente celato.

Il film presenta i coniugi Castleman, Joe e Joan, in attesa di una importante comunicazione. Il marito è nervoso, impone alla moglie un triste coito “ perché lui si deve rilassare”, e lei per quanto assonnata, docilmente lo accontenta. Finalmente arriva dalla Svezia la telefonata e loro possono esultare come due ragazzini: Joe ha vinto il premio Nobel per la letteratura, il sogno si è avverato, lui è il più grande scrittore vivente.

Joan però, dietro alla facciata dell’esultanza, è sconvolta, mille ricordi, riflessioni e valutazioni affiorano nella sua mente, riportando a galla il “grande segreto”.

Nella lussuosa frenesia di una Stoccolma che prepara le Celebrazioni per la consegna dei Nobel, Joan si trova a rivivere il passato, quasi che tutto quello sfarzo, l’accoglienza straordinaria loro riservata, renda ancora più scabro il dolore per il suo enorme sacrificio, quel dono che lei ha strappato da sé e offerto al marito.

Joe in realtà non è un genio e neanche un artista, lei, la piccola moglie solerte, è la creatrice delle opere che gli stanno regalando imperitura fama, lui non è che un uomo comune, a cui la sposa ha consegnato scettro e corona.

Il velo si squarcia, da lì in avanti la situazione precipita, anche in modo imprevedibile, ma nessuno si salva, la verità, se mai sarà svelata, e in questo il regista lascia il finale aperto, comunque giunge troppo tardi.

Già il titolo ci dice che si sta raccontando la storia di una moglie, anzi, la Moglie, che vive una quotidianità confortevole e agiata, come il marito le rifaccia durante un alterco. Joan però non sembra mai compiaciuta di tanta abbondanza, piuttosto appare impegnata instancabilmente nell’onorare l’unico culto a cui ha immolato quaranta anni di vita: il Matrimonio Perfetto.

E’ qui inevitabile l’accostamento con la divinità greca Era, moglie del sommo Zeus, sovrano di dei e uomini, dunque lei stesa regina. Il Mito, ce la descrive potente e regale, dea “dai cento occhi” che utilizza per tenere sotto controllo un marito farfallone. Molto onorata nel mondo classico, in quanto protettrice dell’istituzione alla base della società civile: il matrimonio, Era è perennemente impegnata nel mantenere il suo ruolo di first lady, alternando ira e arrendevolezza nei riguardi di uno sposo narcisista e infedele.

Quante donne così hanno attraversato la storia e la società moderna all’ombra del loro marito?

“Dietro un grande uomo ecc…” una frase che mi ha sempre fatto rabbrividire, stimolando una domanda: quali rinunce, umiliazioni, bugie, quanti compromessi dietro a queste grandi donne che scelgono di stare dietro a tali presunti grandi uomini?

Qui sta il nodo della vicenda: Joan aveva creduto di potersi sottoporre a qualsiasi sacrificio, onere, segreto, pur di mantenere l’immago del matrimonio perfetto. Disposta anche a ingoiare la sua possessività, cercando di sublimare l’onta del tradimento con un atto creativo che alla fine non le apparterrà neanche, perché lei stessa sceglie di deporre i frutti del suo talento ai piedi del coniuge, assiso sul trono che lei stessa gli ha assegnato.

Joan, così come non riesce a proteggere i parti del proprio genio creativo dall’ingordigia infantile dello sposo, così non riesce a proteggere il figlio, la cui autostima è sistematicamente minata dalla patologica competitività paterna, proprio come Freud insegna.

Anche qui la spinta archetipica moglie-Era supera l’istinto materno e non le permette di opporsi al suo Signore per schierarsi a fianco del figlio che alla fine è sia vittima sacrificale del matrimonio perfetto, sia il tarlo che finirà per scardinare l’allestimento così sapientemente costruito da entrambe i genitori in quaranta anni di vita in comune.

Creare un grande uomo e poi restare nella sua ombra è una scelta approvata, anzi, socialmente consigliata, una scelta fatta di paura, insicurezza, cronica fame di amore, bisogno di accettazione. Una scelta che finisce per avere un costo altissimo. Il prezzo pagato è quello del dolore, della rinuncia continua a essere veramente sé stessa.

Il film sembra suggerire, senza possibilità di riscatto o liberazione, che il patto fatale non si scioglierà neanche con la morte.

A noi resta una domanda: il sacrificio di questa Era contemporanea, è stato dettato dall’amore per il partner o dalla sua ferrea volontà di alimentare quella proiezione che aveva fatto da ragazza sul vanesio insegnante di letteratura?

Pur di essere la moglie del grande uomo, forse Joan ha posto il suo professorucolo su un piedistallo che lei stessa ha costruito, pezzo per pezzo, pagina dopo pagina.

Dunque non solo Dea officiante del Matrimonio, ma anche piccola donna fragile che non ha avuto il coraggio di essere padrona di sé stessa, lottando per affermare nel mondo la propria vocazione. Certe volte, restare dietro le quinte, può essere deprimente, ma anche infinitamente più rassicurante, soprattutto per le donne che da millenni si sentono ripetere che valgono poco, troppo poco. (Continua)

Marisa Raggio     I Fiori e le Dee

 

La Complessità di Afrodite-Venere

La Complessità di Afrodite-Venere

Afrodite-Venere è in assoluto la divinità femminile “pagana” più citata nella cultura occidentale, moderna e contemporanea.
In passato, ogni statuetta con sembianze femminili rinvenuta in siti archeologici è stata genericamente chiamata Venere.
In latino, la parola Venere è utilizzata come sinonimo di bellezza, di qui il verbo “venerare”, ovvero fare oggetto di devozione, quindi Afrodite ha ha che fare ciò che è sacro, oggetto di culto. Anche nella religione cattolica il verbo venerare è spesso utilizzato.
Il termine è anche collegato al concetto di atto amoroso fisico, sessuale. Non a caso, in modo poco lusinghiero per la dea, le malattie che si contraggono attraverso la trasmissione sessuale sono dette “veneree”.

Per quanto universalmente conosciuta e sempre associata con la bellezza muliebre, ai miei occhi, questo principio femminile, o rappresentazione archetipica, appare come uno dei più complessi del pantheon greco-romano.
C’è una vasta letteratura che affronta l’argomento, a mio avviso, senza fare completamente chiarezza : Afrodite, “la più bella”, definita dalla geniale Jean S. Bolen (Le dee dentro la donna) come la dea alchemica, ha ancora molti aspetti che attendono di essere svelati.

Tutti la conosciamo come dea della bellezza e i media tendono ad appiattire la profondità di questo principio femminile associandolo con l’immagine di attrici e modelle di straordinaria avvenenza, ma non è tutto lì. L’archetipo non si occupa solo di  bellezza delle forme, concetto tra l’atro destinato a mutare continuamente nei secoli, a seconda di canoni estetici che si susseguono, ma fa riferimento ad un concetto molto più profondo. La dea dunque non è solamente un corpo perfetto, ma rappresenta il calderone alchemico in cui si incontrano elementi apparentemente discordanti, per fondersi e produrre una materia “sublime”.  Questa è l’idea che mi sono formata dopo che la lettura della Bolen mi aveva portato a riflettre sul significato dell’aggettivo “alchemica” riferito ad Afrodite.

Un lavoro utile a comprenderla meglio, può essere quello di confrontarla con la sua antitesi: la dea Atena-Minerva, rappresentazione archetipica di un principio femminile opposto, ma altrettanto indispensabile per il nostro equilibrio psichico.
Da un lato Atena la paladina delle regole, del potere costituito, ispiratrice di saggezza e “buon senso”, dall’altro Afrodite insofferente alle leggi, sovversiva signora degli istinti: elementi opposti che dobbiamo imparare a integrare, armonizzare e utilizzare a seconda delle esigenze e dei momenti.

A questo proposito troviamo un grande aiuto in alcune essenze floreali che ci guidano nella complessa simbologia di Afrodite, verso il riconoscimento degli aspetti dell’archetipo di cui noi non abbiamo consapevolezza. In un lavoro come quello che proponiamo nei nostri workshop, l’assunzione di un determinato “fiore”, in questo caso del repertorio californiano F.E.S., contribuisce ad amplificare la nostra intuizione e l’attività onirica, portando in superficie pezzi di noi, frammenti, ricordi ed emozioni strettamente connessi all’archetipo in questione. L’essenza floreale, per sua stessa natura, agisce sinergicamente con l’energia che caratterizza ciascuna rappresentazione archetipica.

Marisa Raggio
I Fiori e le Dee

Iris Barbatus, da cui si ricava l’essenza floreale californiana Iris

I WORKSHOP DEL LABIRINTO DELLE 7 DEE

I WORKSHOP DEL LABIRINTO DELLE 7 DEE

I miti greci rappresentano efficacemente aspetti psichici comuni a tutta l’umanità.
Il principio femminile presente in ognuno di noi, sia donna che uomo, è una parte fondamentale  delle nostre dinamiche emozionali e logico-razionali, quindi le influenza potentemente, spesso senza che noi ce ne rendiamo conto.
Emozioni, rimuginìi inconfessabili, comportamenti impulsivi, che spesso ci confondono creandoci imbarazzo e sofferenza, sono mirabilmente espressi nelle figure mitologiche del pantheon greco-romano. Riuscire ad oggettivarli e comprenderli ci regala una maggiore consapevolezza di noi stessi e di “come funzioniamo”.
Capire “come funzioniamo” ci permette anche di trasformare i meccanismi che ci angustiano ed agiscono nella nostra quotidianità, complicandola ed appesantendola.
Il principio femminile, che da millenni la società patriarcale ha scelto di svalutare, sopravvive in noi  come una forza interiore, troppo spesso non adeguatamente onorata e riconosciuta, quindi inevitabilmente sotto- utilizzata.  Tale principio lo percepiamo ancora vitale ed attivo  nella antica narrazione delle dee dell’Olimpo greco e nei miti ad esse collegati.

WORKSHOP INTRODUTTIVO
Durante il workshop introduttivo incontriamo e studiamo a fondo queste figure mitologiche, le loro caratteristiche e le affascinanti storie di cui sono protagoniste, cercando di ascoltare come tutto ciò risuoni in noi. Inoltre collochiamo in un quadro storico e sociale il percorso attraverso il quale l’Archetipo Femminile è sopravvissuto, osservando attentamente come è giunto, più o meno camuffato, ma intatto, fino a noi. Nella condivisione emergeranno temi personali irrisolti o nascosti che collegheremo ad alcune essenze floreali di Bach e del sistema californiano, permettendoci di affrontarle iniziando ad armonizzarle.

AGIRE LA DEA
Nei successivi due laboratori di approfondimento, fatta “amicizia” con le  principali dee della mitologia classica, si tratterà di percepirle sempre più intimamente, relazionandoci con le parti di noi che esse rappresentano.Questo viene definito: “AGIRE LA DEA”.
Attraverso diverse tecniche che variano a seconda dei gruppi di lavoro e delle persone, ogni partecipante metterà in scena, con i mezzi che preferisce (o anche solo con il silenzio) una propria rappresentazione di quelle dee le cui caratteristiche maggiormente riconosce in se stesso. Tale azione, che conduce ad una maggiore consapevolezza delle proprie dinamiche emotive e relazionali, offre l’opportunità per svelare aspetti di noi che non volevamo vedere, trasformando così comportamenti  reiterati che ci fanno male.
Il laboratorio si articola in due distinte giornate, in cui si lavorerà su due distinti gruppi di dee che presentano polarità particolarmente interessanti:
Primo incontro: Artemide/Era e Atena/Afrodite
Secondo incontro: Demetra/Persefone ed Estia
Marisa Raggio

WORKSHOP INTRODUTTIVO                                                                                                                                                                                                                            Domenica 20 maggio ore 9:30 / 18

AGIRE LA DEA (Prima Parte)
Sabato 24 marzo
ore 9:30 / 18

AGIRE LA DEA (Seconda Parte)
Domenica 18 novembre
ore 9:30 / 18

Presso presso la sede di
Lighthouse CromoRañj R. Ravizza
Via Eupili, 10, 20145 Milano

Tra gli Etruschi sulle tracce della Dea

Tra gli Etruschi sulle tracce della Dea

Questo titolo rappresenta è un po’ il succo della breve spedizione che mi ha condotto in territorio etrusco.                                                                                                                    Già, perché gli Etruschi sono diventati per me, da un po’ di tempo, una sorta di “fissazione”.
Mi sono così ritrovata ad “unire i puntini” fra il pensiero d Marija Gimbutas, la lettura delle commedie di Plauto, commediografo della antica Roma, e alcuni fra i più noti miti ellenistici.
Secondo Gimbutas,(qui semplifico per motivi di spazio), nella Europa neolitica, esisteva una società agricola, sostanzialmente egualitaria, focalizzata sul culto della Dea, dove le donne occupavano posizioni di pari dignità rispetto agli uomini. Nell’arco di tremila anni, le ripetute invasioni indoeuropee ne cancellarono le tracce , imponendo un modello androcentrico che sostituì la Dea con il culto di divinità maschili guerriere, creando una società fortemente gerarchizzata in cui la donna era considerata “inferiore”, proprietà dell’uomo e relegata al ruolo di serva, fattrice e oggetto sessuale. Da allora le cose non sono molto migliorate.
Mi piace però pensare che attraverso i millenni, la Dea, cacciata dalla porta abbia sempre trovato il modo di rientrare dalla finestra, sotto molteplici camuffamenti.
L’arte e i miti, se valutati attentamente, ci segnalano tracce della sopravvivenza del suo culto e di conseguenza sporadiche realtà che fanno pensare ad una maggiore considerazione della donna.

Studiando Plauto nei tempi ahimè remoti dell’università, mi aveva colpito che fra le tante “grasse“ battute che infarcivano le sue commedie si facesse più volte riferimento alle donne etrusche come femmine lascive, ben lontane al modello della pudica e sottomessa matrona romana.
Poi negli anni si sono aggiunte tessere al puzzle.
Le origini del popolo etrusco rappresentano uno dei misteri più intriganti della archeologia italiana. Oggi si tende prevalentemente a pensare che si tratti di una popolazione autoctona, sicuramente non di origine indoeuropea. Dunque potrebbe rappresentare una sacca di resistenza, sopravvissuta come un fossile vivente, della antica società pre-patriarcale, in cui la condizione di uomini e donne era sostanzialmente alla pari.
Le testimonianze degli storici romani, sempre pronti a denigrare la libertà delle donne etrusche, e i numerosi affreschi policromi presenti nelle necropoli, sembrano confermarlo. Per greci e latini, una società che riconosceva l’autonomia e la dignità della donna, nonché il suo diritto al piacere e all’erotismo, che non temeva di rappresentare coppie di maschi che banchettavano come coniugi e donne che si davano piacere a vicenda, rappresentava una “mostruosità”.
Ciò però non ha impedito ai romani di assorbire molti elementi della cultura etrusca, fra cui l’Arte della divinazione, che, praticatata da ‘Auguri e Aruspici era infatti chiamata  arte etrusca. Nei secoli successivi, denigrata, svilita, ma mai estinta, la divinazione, sotto diverse forme, è in gran parte retaggio femminile e talvolta di  maschi dai caratteri “effeminati”.

Non essendo una archeologa né una storica, la mia ricerca nasce solo dal mio appassionato desiderio di ritrovare segni della sopravvivenza del culto della Dea e condividere con voi, che evidentemente avete il mio stesso interesse, una serie di riflessioni che ci riportano all’obiettivo di questa ricerca : riconoscere la sacralità del principio femminile presente in ogni donna e in ogni uomo.
Per ora siamo appena partite, lasciandoci sedurre da questi affreschi vivaci, fantasiosi e spesso sorprendentemente “scandalosi” per la mentalità corrente. La ricerca continua…. seguiamo le orme che la Dea ha lasciato nel suo passaggio attraverso i millenni….

Marisa Raggio

 

La Dea in Inverno non dorme

La Dea in Inverno non dorme

L’inverno nelle società contadine era un periodo duro, ma anche di forzato riposo, di lunghe notti al riparo e scarse ore di luce. Al nord dell’Europa si viveva al buio totale per lunghissimi periodi. Le persone vivevano a stretto contatto fra loro, in una realtà sospesa, in attesa che la stagione più crudele passasse e la natura riprendesse vita.
In questo contesto, la dimensione sottile, spirituale o, come ancora dicono in molti erroneamente, le “superstizioni”, diventavano un importante momento di supporto per la psiche.
La potenza della Dea, signora della vita e della morte, tornava come consolatrice e protettrice dalle minacce di una natura ostile e pericolosa. Il suo culto antichissimo, sopravvissuto non nei secoli, ma nei millenni, era rappresentato nel mondo contadino dalle narrazioni di queste “Signore dell’Inverno” che, nonostante, le diversità geografiche e la varietà di caratteri esteriori, non ci stancheremo mai di ripeterlo, sono tutte manifestazioni dell’Archetipo originario: la Dea Madre.

Auguri a tutte/i noi per un luminoso giorno di Santa Lucia!

maria raggio

 

Il Labirinto delle 7 Dee – un workshop di Marisa Raggio

Il Labirinto delle 7 Dee – un workshop di Marisa Raggio

DOMENICA 26 NOVEMBRE
Dalle ore 9,30 alle ore 18

Dove:
Lighthouse CromoRanji R:Ravizza
Via Eupili 10, 20145 Milano

❤️ IL PROGRAMMA IN SINTESI
La giornata inizierà con un excursus di tipo logico-cognitivo per inquadrare l’Archetipo Femminile attraverso i secoli, partendo dalle divinità femminili più note del Pantheon greco-romano e prendendo in considerazione alcuni dei miti più significativi ad esse collegati.
Attraverso la narrazione e le immagini, sarà così possibile addentrarsi profondamente in questa materia affascinante, individuando gli elementi simbolici che dall’antichità continuano ad avere un forte significato evocativo ed attuale in tutte noi.
Al termine di questa panoramica le partecipanti saranno in grado sperimentare nel proprio personale mondo emotivo le valenze simboliche che maggiormente risuonano. 
Questo significa “AGIRE LA DEA” ovvero comprendere quale principio archetipico domina in noi e quale invece è più sacrificato.
Il pomeriggio sarà dedicato alla condivisione delle esperienze personali di ciascuna partecipante, in un clima di fiducia e gioia, facilitata dalla energia e solidarietà del gruppo, dall’utilizzo di Essenze Floreali californiane legate alle piante con il bulbo e dall’ esperienza ultra-ventennale di insegnamento di conduzione di gruppi di Marisa Raggio.
Sarà inoltre previsto un momento di veloce riepilogo di tutti gli archetipi attraverso l’uso degli olii essenziali, secondo una ricerca di Susanna Lupoli, naturopata, floriterapeuta ed allieva di Marisa Raggio.
Prima di salutarci, a ciascuna partecipante verrà consegnata una boccetta contenente uno dei fiori californiani più in sintonia con la Dea tiranna o sacrificata, a seconda delle esigenze emerse nell’arco della giornata, affinché il lavoro iniziato insieme possa continuare individualmente nei giorni seguenti il workshop.

 

 

I FIORI E LE DEE ® Un’intervista a Marisa Raggio

I FIORI E LE DEE ® Un’intervista a Marisa Raggio

D) In che cosa consiste la tua ricerca?

MARISA) Io sono fondamentalmente una floriterapeuta, utilizzo cioè le Essenze Floreali per offrire aiuto e sostegno alle persone che si rivolgono a me.

In prevalenza la mia clientela è composta da donne e ho sempre pensato che condividere le loro storie, i loro dolori, difficoltà ed emozioni sia un grande privilegio.

A differenza dei miei clienti maschi, che non essendo abituati a condividere i contenuti emotivi più intimi spesso faticano ad “esporsi”, le donne amano “raccontarsi”. La loro narrazione spesso è ricca di elementi interessanti ma tende a mutare, spostando il focus ad ogni incontro. Stabilire una gerarchia di Essenze Floreali da proporre, così come aiutarle a fissare degli obiettivi da perseguire, può rivelarsi complicato. La teoria degli Archetipi mi è servita, e mi serve tuttora, da parametro per ordinare questa grande massa di informazioni.

Guardando dentro di me ed osservando le mie clienti, ho realizzato che spesso la nostra realtà, sia interiore che esteriore, viene occultata dal racconto di quello che vorremmo essere ed apparire. Ci sono aspetti e qualità del nostro femminile che giudichiamo prestigiose e quindi ci illudiamo che siano nostre, altre invece, pur governando i nostri comportamenti e le nostre emozioni, non sono ritenute accettabili e perciò vengono nascoste.

La domanda di fondo di tutta la mia ricerca è: CHI SONO VERAMENTE?

 

D) Quando hai iniziato la tua ricerca?

Marisa) Già all’università, mentre lavoravo alla mia tesi in antropologia culturale su una popolazione del sud del Cile dove e è tutt’ora diffusa una forma di sciamanesimo femminile. Come in altre società non industrializzate, dunque legate al mondo agricolo, la struttura cosmogonica e la loro concezione del Sacro pone al centro elementi simbolici fortemente collegati al principio femminile.

Molte letture mi hanno permesso di riconoscere quanto la stretta connessione fra la donna, il suo corpo ed i cicli della natura sia stata in passato, come possiamo osservare ancora oggi in alcune popolazioni arcaiche, considerata Sacra.

Questo non smetteva di sorprendermi considerando la svalutazione sociale e religiosa a cui la donna è relegata nelle principali religioni monoteiste e che tuttora persiste nonostante l’emancipazione femminile abbia, specialmente negli ultimi 100 anni, dato vita ad una evidente “rivoluzione”.

Ciò sta avvenendo soprattutto a livello sociale, anche se tanta strada resta ancora da percorrere, ma per quanto riguarda l’aspetto religioso le cose non vanno di pari passo. I roghi della caccia alle streghe in fondo sono ancora tiepidi…

 

D) C’è un episodio cardine che ti ha portato a capire che la tua strada sarebbe stata quella della tua ricerca?

Marisa) Naturalmente non un singolo episodio. Nella mia vita ci sono stati tanti mutamenti: mi sono ritrovata a sentire più volte il bisogno di cambiare lavoro, luogo di residenza, partner.

Ognuna di queste “crisi” mi ha costretta a rivedere l’immagine di me stessa, aggiungendo tessere al puzzle che costituisce la mia personalità.

Con il trascorrere degli anni, ogni “crisi” mi portava a penetrare sempre più in profondità il mio mondo emozionale e quello delle mie clienti.

Mi è così diventato chiaro che le scelte sbagliate nella vita si fanno seguendo non ciò che si è ma quello che si vorrebbe essere.

Mentire a noi stessi è una pratica universalmente diffusa. Riconoscere gli aspetti della auto-narrazione che sono autenticamente nostri, liberandoci da quelli acquisiti o costruiti negli anni come illusoria protezione, è un lavoro che richieda coraggio e cuore pulito, ma può condurci a grandi sorprese, alcune spiacevoli altre gratificanti, tutte comunque estremamente illuminanti.

A livello personale, si è trattato di un lavoro impegnativo, a tratti doloroso, che però mi ha regalato una sensazione di espansione, freschezza e gioia come mai nella mia vita. Tale esperienza ritengo possa essere preziosa per ogni donna.

 

D) Che formazione hai seguito?

Marisa) Sono laureata in Lettere Moderne all’Università di Genova con indirizzo in Etnologia. La mia tesi di laurea, relatrice la grande etnologa Ernesta Cerulli, riguardava i Mapuche, una popolazione indigena del Cile, in cui è diffusa la figura della “Machi”, una donna che svolge nella comunità funzioni di guaritrice ed è spesso riconosciuta come “sciamana”, colei che collegando il mondo degli spiriti con quello degli uomini, si rende artefice di una guarigione che non è solo fisica, ma soprattutto spirituale.

In seguito, scoprendo il pensiero di Edward Bach e la Floriterapia ho frequentato i corsi di Margaretha Mijnlieff, una delle pioniere di questa disciplina nel nostro paese. La mia attività di Floriterapeuta è iniziata concretamente a Milano nel 1995.

Anni dopo ho frequentato una formazione di counseling che si è rivelata utile sia nella pratica floriterapica che in quella didattica. Infatti, dalla sua fondazione, nel 2002, sono docente della Scuola dell’Unione di Floriterapia di Milano.

 

D) Quali autori e ricercatori hanno influenzato la tua ricerca?

Marisa) E’ difficile ricostruire la genesi delle mie ricerche perché essendo stata una lettrice compulsiva da sempre, ho letto tantissimo materiale. Posso ricordare però che il primo approccio al pensiero Junghiano è stato con un libro di James Hillman letto nel 1998: “Il Puer Aeternus” (edizioni Adelphi), testo fondamentale sulla Teoria degli Archetipi.

Successivamente ho provato ad accostarmi all’enorme lavoro di C.G.Jung, in particolare alla sua identificazione del concetto di Anima e Animus; fondamentale per me è stata la lettura del suo libro “L’uomo e i suoi Simboli”.

Seguendo questa strada, ho scoperto un filone d’oro rappresentato dalle grandi allieve di Jung. – Maria Louise Von Franz ed M. E. Harding – che mi hanno accompagnato verso una progressiva comprensione di quello che resta un concetto complicatissimo: l’Archetipo junghiano.

Assolutamente illuminante furono le poche parole che Jung scrive nel1932, per l’introduzione al libro della Harding, La Strada della Donna(ed Astrolabio):

I concetti biologici e sociali possono esprimere soltanto una metà dell’anima femminile. Invece in questo libro diviene chiaro che la donna possiede anche una peculiare spiritualità del tutto sconosciuta all’uomo”

Queste tre righe da sole possono rappresentare la mia intera ricerca sul Femminile.

Anche Erich Neumann ha ispirato moltissimo la mia ricerca con il suo testo fondamentale “La Grande Madre” (ed. Astrolabio). Un libro estremamente innovativo che si impegna ad evidenziare la struttura e lo sviluppo dell’archetipo del femminile nelle sue manifestazioni concrete nel mondo.

Solo alcuni anni fa invece ho potuto conoscere la figura, le opere e le scoperte dell’archeologa Marija Gimbutas, fondatrice dell’Archeomitologia (Marija Gimbutas, Il Linguaggio della Dea, Ed Venexiana). Il suo lavoro è stato enorme sia in termini di quantità che di importanza, dunque difficile da riassumere qui in poche parole. Basti pensare alla sua ipotesi, solo negli ultimi tempi riconosciuta a malincuore dal mondo accademico, secondo la quale nell’Europa antica, dal tardo paleolitico al neolitico, fino all’età del bronzo, esistevano società agricole, sostanzialmente egualitarie e pacifiche che ponevano al centro della loro concezione del sacro una divinità femminile: la Dea.

Tali società furono, nell’arco di alcuni millenni, totalmente cancellate dalle invasioni di popoli indo-europei che imposero una struttura sociale e religiosa androcentrica. La grande quantità di reperti trovata da questa archeologia e l’attenta catalogazione di essi, rappresenta una importante conferma della presenza del Sacro Femminile nell’Europa antica. Tale scoperta ribalta il punto di vista da cui possiamo osservare la storia dell’umanità, focalizzandoci sull’insieme di valori sacri, intellettuali e corporei femminili che per millenni sono stati disprezzati ed esclusi dalla concezione del Divino, nonché da ogni forma di culto. La perdita del Sacro Femminile, ha impedito all’uomo di sperimentare adeguatamente una parte importante della sua dimensione emotiva e psichica, nel timore di essere poco virile, quindi inferiore. Siamo di fronte ad una revisione della storia dell’umanità che restituisce a tutti noi, donne e uomini, ciò che era andato perduto.

Un vero piacere è stata anche la lettura del fortunato libro di Jane Shinoda Bolen – Le Dee dentro la Donna (edizione Astrolabio) che semplifica e rende accessibile a tutte noi i modelli archetipici potentemente rappresentati dalle divinità della mitologia ellenistica

Ben più significativo per me è stato un altro libro della Bolen, non facilmente reperibile in questo momento – Passaggio ad Avalon (edizioni Piemme) – dove l’autrice narra la propria personale esperienza verso il riconoscimento della Dea.

Tra i sistemi floreali più diffusi attualmente, partendo da quelli del maestro Edward Bach, ho approfondito ed utilizzato con le mie clienti, le essenze floreali scoperte da Patricia Kaminski in collaborazione con il marito Richard Katz. Se il fiore rappresentativo del femminile scoperto dal dottor Bach è perfettamente espresso nell’essenza floreale Chicory, Patricia Kaminski, con la sua ricerca, ha trovato una serie di Fiori che vanno ad agire proprio sui diverse aspetti fisici ed emotivi delle donne, nonché degli aspetti femminili presenti in ogni uomo. Alcune di queste essenze, non a caso, sono delle bulbose. L’associazione analogica fra queste piante e l’utero femminile è evidente, così come quella fra un’essenza fondamentale Pomgranate (melograno) che nell’iconografia cristiana è spesso accostata alla Vergine Maria. Anche l’arte antica, dal mondo etrusco, a quello greco romano, fino al Rinascimento abbina questo frutto alla figura femminile. Abbiamo un monumento funebre etrusco in cui è rappresentata una nobildonna che tiene nella mano una melagrana. Un mito fondamentale come quello del ratto di Persefone cita i suoi semi, mentre visitando Ferrara, in un solo pomeriggio mi sono imbattuta in un affresco di Francesco Cossa che ritrae il trionfo di Venere in un carro decorato da melograne e più tardi nella commovente Madonna della melagrana di Jacopo della Quercia.

 

D ) Che differenza c’è fra la tua ricerca sugli Archetipi Femminili e le Dee rispetto alle proposte del panorama italiano?

Marisa) Da quanto ho raccontato fino a qui, mi sembra chiaro che il mio impegno non nasce da una infatuazione passeggera, legata ad un tema affascinante e molto di moda.

Ritengo che la mia ricerca possa rappresentare una novità in quanto è la prima volta in cui gli Archetipi vengono utilizzati nella pratica del colloquio di Floriterapia.

Personalmente propongo uno strumento che utilizzo da anni concretamente nella mia attività di Floriterapeuta.

Assumendo le Essenze Floreali, permettiamo loro di iniziare un dialogo con parti di noi sofferenti, maltrattate, ignorate, trasformandole dolcemente da zavorra a risorse utili nelle sfide della vita di tutti i giorni.

La lettura della narrazione della cliente in chiave di Archetipi  contribuisce a chiarire aspetti spesso taciuti perché imbarazzanti o troppo dolorosi, di conseguenza a migliorare l’autoconsapevolezza, facilitando il compito della Floriterapeuta.

Oggi esiste anche un marchio che riassume la mia ricerca : I FIORI E LE DEE® che vuole rappresentare questo tipo di lavoro.

Ci tengo a precisare anche che al di fuori del mondo della Floriterapia, oggi in Italia, ci sono alcune serie e brillanti ricercatrici che, ognuna con la propria originalità e sempre con grande impegno e passione, diffondono il Nome della Dea.

 

D) In cosa consiste il progetto “Il Labirinto delle 7 Dee”?

Marisa) “Il Labirinto delle 7 Dee” è un progetto che aiuta a diffondere la ricerca I Fiori e le Dee ®.

Il labirinto è un simbolo antichissimo che rappresenta la ricerca del proprio Sè superiore. In questo caso lo utilizzo per esprimere un cammino alla ricerca di pezzi di noi  che abbiamo trascurato e nascosto a vantaggio di altri divenuti  ipertrofici. Ma ogni donna, per stare bene, ha bisogno di tutte le parti che la compongono, impegnandosi sempre a farle funzionare in armonia. Io la chiamo “La Danza degli Archetipi” grazie alla quale possiamo permettere che queste parti dentro di noi convivano con grazia, agendo in alternanza, senza che mai una domini le altre.

Fra tutte le rappresentazioni archetipiche dell’Inconscio collettivo  ho scelto di utilizzare quelle del mondo classico che agiscono potentemente in quanto profondamente radicate nella nostra cultura. Sono le Dee che abbiamo superficialmente incontrato sui banchi di scuola, al cinema, nei libri, dunque sono figure un po’ famigliari.

Quando durante il workshop il mito viene narrato, approfondendo con cura la portata simbolica di ciascuna Dea presentata,  la donna, a prescindere dalla sua formazione scolastica, riconosce immediatamente elementi che la riguardano. La Dea non le è estranea, le ricorda la madre, la sorella, la figlia o la rivale. Più difficile riconoscere che in realtà rappresenta proprio un aspetto che le appartiene. Perché ciò avvenga è utile il confronto con altre donne, sotto la supervisione di chi ha il compito di condurre il gruppo, facilitando la comunicazione.

Ci tengo infine a sottolineare come in questa mia proposta di lavoro resti fondamentale la sapienza dei Fiori: guida e sostegno per quei momenti di paura, confusione, scoraggiamento, smarrimento che costellano il nostro cammino, in questa vita.

Alla fine sempre: grazie Dottor Bach!

La fatica di essere Atena

La fatica di essere Atena

E’ appena iniziata la scuola, ma Atena è già molto stanca.
E’ dal primo anno che ci pensa, l’esame di maturità si avvicina e lei non può rischiare, lei punta al massimo. Poi i test di ammissione all’università, la borsa di studio… tutto deve seguire alla lettera un progetto che lei e suo padre hanno elaborato tanto tempo fa.
Atena non ha dubbi, sarà il primo medico della sua famiglia; anche se è solo una ragazza non deluderà le aspirazioni di suo padre.                                                                          Lui glielo ha sempre detto: “tu sei più intelligente di tutti noi messi insieme”, intendendo i fratelli, i cugini e tutta la parentela: gente semplice che non ha mai avuto molte ambizioni.
Spetta a lei a cambiare le cose…
Eppure dopo un solo mese di scuola si sente spossata e ogni tanto, ma solo ogni tanto, si chiede se ce la farà, la risposta è una sola: ”devo darci dentro”.
Al mattino si sveglia sempre più presto, mette la caffettiera sul fuoco mentre in casa tutti dormono e la città è ancora silenziosa. Sua madre quando si alza e capisce che la ragazza è china sui libri da ore si preoccupa, “alla tua età hai bisogno di dormire” le ripete per l’ennesima volta. Atena si irrita, sua madre come al solito non capisce, lei non riesce a dormire, i compiti sono tanti e deve essere la migliore, sempre la migliore : “Papà sarà fiero di me!”.

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Floriterapia: una riflessione                                                                                                                                                                                                                                                       Atena rischia di arrivare distrutta all’esame di maturità. La madre ha ragione, la mancanza di sonno alla sua età rappresenta un rischio per la salute e per il suo equilibrio emotivo. La ragazza ha subito troppe pressioni, la “complicità” con il padre e il desiderio di accontentarlo la costringe ad uno sforzo continuo. Lei è abituata a pretendere il massimo da se stessa. Probabilmente l’impegno intellettuale è parte di lei e rappresenta una modalità che l’accompagnerà utilmente per tutta la vita. Il problema resta la sua capacità di dosare lo sforzo per arrivare alla meta prefissa,  se dissipa subito tutte le sue energie rischia di crollare durante il percorso. Certo l’ansia da prestazione, il timore di non farcela e la tendenza a colpevolizzarsi ogni volta che prova a riposare non sono buoni consiglieri.

Le Essenze Floreali possono fornire alla nostra Atena un ottimo supporto per imparare ad utilizzare l’energia intellettuale, dosando lo sforzo.

Il senso del dovere altissimo unito al perfezionismo di per se sono ottime qualità solo se abbinate ad una buona capacità di auto ascolto, per capire, senza  sensi di colpa, quando arriva il momento di fermarsi; questo per permettersi di  recuperare le forze e/o ridefinire  il traguardo  che si  vuole raggiungere.

In questo caso la miscela di essenze floreali da proporre alla nostra Atena è piuttosto chiara, ansia da prestazione: Larch, difficoltà a concedersi una pausa: Oak,  sfinimento: Olive. Il rimedio più significativa però di questo stato emozionale, senza escludere gli altre complementari, è rappresentata dall’unico  scoperto da Edward Bach che non è preparato con un fiore.  Si tratta infatti  di acqua di sorgente informata dal contatto continuo con la roccia: Rock Water.

Citando E.Bach: “Per coloro che sono molto controllati nel loro modo di vivere. Rifiutano molte gioie e piaceri perché ritengono che questo potrebbe interferire con il loro lavoro. Sono severi maestri con se stessi.”   (E. Bach, Guarire con i Fiori, Nuova IPSA Editore)

La Ferita di Era

La Ferita di Era

La povera Era-Giunone oggi non piace a nessuna di noi, eppure c’era un tempo un tempo in cui il suo altare era il più onorato dalle donne. Proprio per lei, fra tutte le dee, erano le offerte più preziose, a lei si rivolgevano le giovani che aspiravano al matrimonio, nonché le donne sposate che volevano tutelare lo status sociale raggiunto.
Nelle società rigidamente patriarcali come quelle del mondo greco-romano alla donna non restava molta scelta; l’ alternativa all’essere moglie e madre, poteva solo rivelarsi infausta. Dunque lei, la Signora-Regina dell’Olimpo era il riferimento femminile più prestigioso.
Da allora molte cose sono cambiate… o no?

Possiamo dire che la “rivoluzione” che ha riguardato i diritti delle donne e che ha influenzato società e costume, secondo una prospettiva storica, è molto recente. Infatti risale, a voler partire proprio da lontano, alla Rivoluzione Francese: “liberté, egalité, fraternité”…quasi per tutti…donne escluse.
Una intellettuale, prolifera scrittrice, appassionata protagonista delle istanze rivoluzionarie Olimpe de Gouges, pubblica nel 1791 La “Déclaration de droits de la femme et de la citoyenne”, rivendicando la parità fra sessi e difendendo i diritti delle donne. Andrà a finire molto male: ghigliottinata nel 1793.

Passa quasi un secolo e nel Regno Unito, 1869, in una società trasformata dalla rivoluzione industriale (in gran parte basata sullo sfruttamento della forza lavoro di donne e bambine/i), si coagulano istanze attive da quasi un secolo, dando vita al movimento delle suffragette, per rivendicare il suffragio femminile e il riconoscimento dei diritti e della dignità delle donne.
Nel 1903, Emmeline Pankhurst fonda l’Unione sociale e politica delle donne (Women’s Social and Political Union – WSPU) per il diritto di voto politico, allora concesso solo agli uomini, tranne che per le elezioni ai consigli municipali e per le elezioni di contea.

Le suffragette, così erano chiamate le militanti del movimento pro suffragio femminile, crearono molto scompiglio con azioni dimostrative che culminarono nella tragedia del Derby di Epson: la morte di Emily Davinson, travolta dal cavallo di re Giorgio V°. La vicenda creò grande emozione nel paese, focalizzando l’attenzione di stampa e mondo politico sulle rivendicazioni delle suffragette e sul duro trattamento riservato loro dalla polizia. Molte furono incarcerate e sottoposte ad alimentazione forzata per contrastare il loro tentativo di iniziare lo sciopero della fame.

Finalmente, 1918 il parlamento del Regno Unito approvò la proposta del diritto di voto alle elezioni politiche, limitato però alle mogli dei capifamiglia con certi requisiti di età (sopra i 30 anni). Solo più tardi, con la legge del 2 luglio 1928, il suffragio fu esteso a tutte le donne del Regno Unito.
In Italia, le donne poterono accedere alle urne molti anni dopo, nel 1945.
Eppure è indubbio che l ‘emancipazione femminile negli anni sessanta e settanta ha bruciato le tappe. Il controllo delle nascite, (con l’introduzione della pillola anticoncezionale soprattutto, e di altri mezzi di contraccezione come come diaframma e spirale), ha dissolto miti e tabù. Non dimentichiamo che il sesso prima del matrimonio, fino a pochi decenni fa era considerato foriero di “rovina” per le fanciulle: una gravidanza senza “nozze riparatrici” rappresentava una grande vergogna per la donna e tutta la sua famiglia.
C’è stata una buffa, ma in realtà interessante, ipotesi che indica come spinta all’emancipazione femminile l’introduzione nelle case della lavatrice, un elettrodomestico che affrancando la donna dal pesante compito del bucato, le regalava tempo per uscire dal suo ruolo di casalinga.
Che ancora oggi il funzionamento della lavatrice resti un mistero per gran parte dei mariti… meriterebbe una riflessione a parte!

Negli anni settanta il femminismo, cioè il movimento per l’emancipazione femminile, crescendo e diffondendosi riuscì ad influenzare profondamente la società occidentale. Iniziò così il declino del prestigio di Era, a favore di altri modelli.

Non possiamo tuttavia dimenticare che questi aspetti della femminilità, simboleggiate dalle dee della mitologia classica, pur prevalendo l’una sull’altra a secondo delle esigenze e delle richieste della società, sono parte di un tutto che noi chiamiamo Archetipo Femminile. Nessuno può essere cancellato o negato, ma soltanto calibrato affinché nella psiche femminile tutte le dee convivano in una sorta di danza armonica.
Dunque, gli attributi con cui il mito rappresenta Era, che ci piaccia o no, continuano essere presenti in noi. Tanto più rifiutiamo di riconoscerli e tanto più ci faranno delle non gradite sorprese.

Ecco allora che, ad esempio, a metà del suo cammino, la donna si accorge di non avere mai portato avanti con convinzione un suo progetto. Tutte le sue energie le ha investite per sostenere il partner che ora si comporta come se la moglie fosse “un mobile della cucina”. I figli vivono la loro vita e lei, sperimentando un senso di vuoto, può finire per dirsi:
”cosa voglio di più, ormai sono vecchia”, oppure, cercando di reagire si buttai sul mercato del desiderio maschile, ritrovandosi invischiate in delusioni sentimentali e rivalità con altre donne.

Era, ha sempre un’Altra da odiare. E per questo, oggi, le donne la disprezzano: “noi noi non siamo così”…ma sarà vero?
Certo conosciamo il valore della solidarietà femminile, abbiamo fatto gruppi di sostegno femminile, qualcuna di noi è scesa in piazza per difendere i diritti delle donne, eppure eccoci lì, esattamente al punto in cui si trovavano le nostre nonne, a fare i conti con la mancanza di autostima, la rivalità con le altre, l’assenza di obiettivi e passioni.

Povera Era! Così impegnata a fare della sua coppia un capolavoro, non si è accorta di quanto poco riuscisse a prendersi davvero cura di se stessa.

Ci vuole umiltà per accettare che Era siamo noi, un po’ di lei, che ci piaccia o no, continua a dettare certi nostri comportamenti.
Era è la ragazza che non cede il posto davanti sull’automobile del “suo” ragazzo, costringendo l’amica altissima a restare seduta dietro, rattrappita.
Era è in ogni donna afflitta che sta vivendo l’abbandono da parte del partner.
Era influenza ogni moglie che accetta una relazione deludente per non ammettere il fallimento del suo matrimonio.

Eppure Era, se riconosciuta e adeguatamente onorata può rappresentare una risorsa, ad esempio andando a compensare le carenze di altri aspetti del femminile, ben rappresentati da dee più autonome e in altri modi ferite.
Infatti non esiste una rappresentazione Archetipica perfetta da prendere a modello, tutte funzionano nella misura in cui riescono a convivere nella psiche femminile. Ognuna ha bisogno dell’altra, secondo una logica di opposti che si compensano.

 

 

L’Elemento Acqua: qualche riflessione

L’Elemento Acqua: qualche riflessione

Il collegamento fra Acqua e Archetipo Femminile apparirà a molte di voi immediato e intuitivo. Proviamo un momento a pensarci: la donna secerne molti più liquidi del maschio: latte, sangue mestruale, liquido amniotico; alle donne è culturalmente permesso “versare” lacrime, una fanciulla in lacrime è socialmente accettabile, un giovane uomo che piange crea imbarazzo negli altri e spesso è costretto a vergognarsene.

Le donne tendono a trattenere i liquidi più degli uomini, “non è che mangio tanto” si giustifica la signora a cui viene consigliato di perdere peso,” trattengo i liquidi..” ed infatti nei giorni precedenti al ciclo mestruale in molte abbiamo notato un aumento di peso che tende a sparire quando termina il flusso.

Fra i tanti simboli che collegano l’elemento acqua e il Femminile troviamo l’Uovo, utero contenitore di liquidi e vita, che dall’antichità accompagna le rappresentazioni del divino femminile un po’ in tutte le culture.

Celebre è la cosiddetta “Madonna dell’uovo” o Pala di Montefeltre” di Piero della Francesca. Osservando il capolavoro vediamo che la Vergine Maria con il Bambino in grembo è posta sotto una cupola a forma di conchiglia, al centro della quale è appeso un grande uovo. Anche la conchiglia come il ciondolo di corallo appeso al collo di Gesù sono immagini legate al mare e all’elemento acquatico. Nella iconografia cristiana ricorre spesso l’Uovo accostato alla Vergine e al Sacro Bambino, in quanto simbolo non solo di vita, ma soprattutto di rinascita.

Salvador Dalì ripropone il simbolismo dell’uovo, accompagnato alla conchiglia-mare, in due opere fortemente influenzate dal capolavoro di Piero della Francesca: la “Madonna di Port Lligat” (1950) ” e “Leda Atomica” (1949). Non va dimenticato che Leda è la protagonista di un importante Mito, tre le tante versioni, il più diffuso è quello cui si narra che Zeus possedesse Leda, regina di Sparta, assumendo le sembianze di un bellissimo cigno (animale che vive nell’acqua). In seguito all’accoppiamento con il signore dell’Olimpo, Leda depose un uovo da cui nacquero i gemelli Castore e Polluce.

L’Elemento Acqua qualche riflessione 1

Avrete notato come nella maggioranza delle chiese cattoliche l’acquasantiera abbia forma di conchiglia, simbolo primordiale che insieme alla mandorla è sopravvissuto fino a diventare fra gli elementi decorativi più utilizzati: il Femminile svalutato dalle tradizioni religiose monoteiste esce dalla porta, ma, come si suol dire, rientra dalla finestra.

L’Elemento Acqua qualche riflessione 2

A questo proposito sentiamo il parere più autorevole, quello della archeologa Marija Gimbutas, fondatrice dell’Archeomitologia:

“La credenza nella sacralità dell’acqua che dà la vita presso le sorgenti dei fiumi, delle fonti e dei pozzi, si estende dalla preistoria fino questo secolo. Sentiamo ancora parlare dell’acqua di Vita che trasmette forza, guarisce chi è malato, ringiovanisce chi è vecchio, ridona la vista e ricompone corpi smembrati e li riporta in vita. Il culto dei pozzi delle fonti termali, specialmente se alla sorgente di grandi correnti d’acqua e di fiumi, non può essere separato dal culto della Dea singola o tripla, dispensatrice di vita. Le fonti storiche, greche, romane, celtiche baltiche, parlano continuamente di Dee e ninfe connesse a certi fiumi, fonti e pozzi. Spesso i fiumi hanno nomi di Dea e le Dee locali hanno nomi di fiume….

… Le Dee datrici-di- vita conosciute grazie alle memorie del folklore, come l’irlandese Brigitte e la baltica Laima, sono le signore dei pozzi fonte di vita. Presumo che questa associazione sia esistita fin dal paleolitico, quando i santuari erano collocati presso fonti e acque minerali”(da: M. Gimbutas, “Il linguaggio della Dea”, ed. Venexia.)

Per noi che utilizziamo e studiamo le Essenze Floreali, diventa inevitabile collegare il sacro Uovo-Utero ai bulbi delle piante.

( Continua…)

Articolo pubblicato sulla Newsletters della Unione di Floriterapia di Milano

Le due immagini dei capolavori Di Piero Della Francesca e di Salvador Dalì , sono tratte dal bel sito www.settemuse.it

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