Riflessioni Archives - Pagina 2 di 2 - Il Canto di Estia di Marisa Raggio

La Dea in Inverno non dorme

La Dea in Inverno non dorme

L’inverno nelle società contadine era un periodo duro, ma anche di forzato riposo, di lunghe notti al riparo e scarse ore di luce. Al nord dell’Europa si viveva al buio totale per lunghissimi periodi. Le persone vivevano a stretto contatto fra loro, in una realtà sospesa, in attesa che la stagione più crudele passasse e la natura riprendesse vita.
In questo contesto, la dimensione sottile, spirituale o, come ancora dicono in molti erroneamente, le “superstizioni”, diventavano un importante momento di supporto per la psiche.
La potenza della Dea, signora della vita e della morte, tornava come consolatrice e protettrice dalle minacce di una natura ostile e pericolosa. Il suo culto antichissimo, sopravvissuto non nei secoli, ma nei millenni, era rappresentato nel mondo contadino dalle narrazioni di queste “Signore dell’Inverno” che, nonostante, le diversità geografiche e la varietà di caratteri esteriori, non ci stancheremo mai di ripeterlo, sono tutte manifestazioni dell’Archetipo originario: la Dea Madre.

Auguri a tutte/i noi per un luminoso giorno di Santa Lucia!

maria raggio

 

La vendetta della rabbia negata.

La vendetta della rabbia negata.

Nei giorni intorno al solstizio d’estate, quando la Luce vince sull’oscurità e il sole colonizza la notte, una riflessione su ciò che analogicamente colleghiamo all’elemento Fuoco sorge spontanea.
L’emozione che fra tutte si può maggiormente associare a questo elemento è la rabbia.

La rabbia è un’emozione buona o cattiva?
Da bambine molte di noi sono state educate a pensarla così: ogni volta che contattavamo un’emozione forte dovevamo decidere cosa farne, stabilire se potevamo concederci di viverla oppure “ingoiarla” e dimenticarcene.
Le generazioni successive alla mia hanno potuto manifestare più apertamente le loro emozioni, ma se i moderni genitori sono più inclini a tollerare le urla e le scenate delle figlie femmine, oggi la società non è ancora pronta ad accettare la “donna arrabbiata” senza etichettarla come megera o, peggio, isterica.

Eppure questa emozione contiene implicazioni ricche e complesse. La rabbia infatti è come il fuoco, può distruggere e uccidere, ma è anche dotata di un potere in grado di muovere e trasformare ciò che appare stagnante ed immutabile.
Siamo talmente imbarazzate dalla nostra rabbia che quando la sperimentiamo nei riguardi della persona amata, se non riusiamo a reprimerla, la “deviamo” verso qualcuno o qualcosa che ci sta meno a cuore.
Il partner ci tradisce? La colpa è dell’altra: “la zoccola”.
L’amica del cuore ci delude? Certo, colpa del suo partner che non la rende felice e la mette contro di noi.
Il figlio va male a scuola? Colpa dell’insegnante.
Alla fine abbiamo fatto una tale confusione da non sapere più che cosa era quella forza imbarazzante e vitale che ci aveva così spaventato e che ora, imprigionata, tende a fermentare, producendo rancore, risentimento, gelosia, autocommiserazione, e molto altro.
Insomma quell’energia potente e propulsiva si è trasformata nelle nostra gabbia, una forza che non ci spinge affatto al cambiamento, ma ci blocca.
Per chi conosce i Fiori di Bach, la traduzione di questa dinamica è immediata: da Holly a Willow.

Edward Bach nei suoi trentotto rimedi non aveva certo trascurato l’emozione della rabbia che vedeva ben rappresentata dall’Agrifoglio, Holly per gli anglofoni. Questa pianta, insieme al vischio, è considerata sacra da tempi remoti presso tutti i popoli del Nord Europa ed utilizzata come protezione contro il male, nelle lunghe notti che raggiungono la massima espansione e cominciano a declinare con il solstizio d’inverno.
Holly infatti non è una figlia dell’oscurità, bensì la messaggera di quella Luce che già sta sostituendo alle tenebre.
Alla fine di giugno con il solstizio estivo, il giorno più lungo dell’anno, l’apogeo della luce segna anche il suo declino e la notte ricomincia ad avanzare. Così in una incessante alternanza, in un ciclo che rappresenta l’essenza stessa della Vita.
Gli antichi Celti sostenevano che fosse questo il momento in cui decadeva il regno del Re Agrifoglio, per i successivi sei mesi sarebbe stato il tempo del Re Quercia, Oak, un albero sacro dai cui fiori Bach ha ricavato un altro rimedio, ma questa è un’altra storia…

Ecco dunque che così come la notte più lunga contiene già in potenza il trionfo della luce, così la nostra rabbia, questa emozione violenta, pericolosa, ma anche terribilmente vitale, incarnata da Holly nella sua manifestazione più virulenta, contiene già in sé il germe dell’Amore.
Scrive Margaretha Mijnlieff, una delle prime ed autorevoli rappresentati della Floriterapia in Italia:
“Holly permette di vedere che si ha un grande potenziale di vero amore: quel sentimento profondo che ci protegge da ogni influsso esteriore negativo, e ci dà la forza di accettare ciò che ci circonda.
Holly promuove anche l’amor proprio, in modo da farci accettare come siamo e avere la consapevolezza che siamo belli così, come siamo.” (*)

E’ un grande lavoro quello che Holly ci aiuta a fare: “integrare”, la nostra rabbia ovviamente non significa alimentarla o andarne fieri, ma trovare il coraggio per guardarla e comprendere che cosa l’ha scatenata. Quando rifletto su questo, mi appare sempre l’immagine del cinghiale che diventa davvero pericoloso solo quando è braccato o ferito.

Ci hanno addestrato ad “ingoiare il rospo”: Holly, al contrario ci spiega che questo rospo, se siamo in grado di guardarlo bene ed infine liberarlo in uno stagno, chissà mai che non abbia qualcosa da insegnarci riguardo al nostro dolore.

Da Holly a Willow
Cosa succede quando tale rabbiosa sofferenza viene repressa e ignorata? Il rospo in questione resta piazzato sullo stomaco come un cibo indigesto.
A questo proposito è interessante che D. Krämer sostenga:
“La collera trattenuta crea iperacidità di stomaco…se qualcosa non è digeribile, pesa sullo stomaco, cosa che accade sia nel caso di alimenti che non possono essere trattati, sia in caso di conflitti e problemi psichici…essi vengono rimuginati, ci si riflette, si analizza, si valuta.” (**)

Dal punto di vista emozionale può crearsi quello che Bach fotografa come uno stato Willow, rimedio ricavato dai fiori del Salice (Salix Vitellina):
“Per coloro che hanno sofferto a causa delle avversità o della sfortuna e trovano difficile accettarlo senza lamentarsi e senza provare risentimento, poiché giudicano la vita in base al successo. Sentono di non avere meritato una prova così grande, Lo trovano ingiusto e ne sono amareggiati. Spesso accade loro di provare un interesse minore verso quelle cose della vita che prima facevano loro piacere.” (***)

La rabbia esplosiva e vitale dello stato Holly è ormai scomparsa lasciando il posto ad una emozione più nascosta che tende a cronicizzarsi ed appesantire la quotidianità.

Holly e Willow sono entrambi rimedi che hanno a che fare con il risentimento e la “ira-scibilità”; nello stato Willow, tuttavia, troviamo una minore esteriorizzazione dell’emozione che è fortemente marcata dall’autocommiserazione e dall’amarezza.
Il salice vitellina è un albero che i contadini sfruttano brutalmente, lo potano in modo drastico, utilizzando i suoi rami flessibili in molti modi:
“E’ questa flessibile tolleranza che caratterizza la condizione Willow positiva.Poiché è stato tanto maltrattato come albero e ha sofferto tali abusi, può amareggiarsi e covare risentimento….
Questa condizione viene migliorata dallo sforzo della volontà positiva e dalla determinazione a superare le difficoltà della situazione.” (****)

Queste due essenze floreali hanno molto da offrirci, non esitiamo ad utilizzarle proprio quando scopriamo in noi stati emozionali che tendiamo a giudicare severamente come “sbagliati”. Ricordiamoci l’insegnamento di Bach che ci indica come all’interno del nostro “difetto” esista già la potenzialità per la sua trasformazione.

Marisa Raggio
I Fiori e le Dee

 

(*) M. Mijnlieff, La Floriterapia, edizioni Sanerebbe, Bologna. Pag 55

(**) D. Kramer, Nuove terapie con I Fiori di Bach, ed.Mediterranee. Pag 43-48

(***) Edward Bach, Le Opere Complete,macro Edizioni. Pag.73

(****) Julian e Martine Barnard, Le Erbe Curative di Edward Barnard,
FCE Natur

 

Il Solstizio d’Inverno

Il Solstizio d’Inverno

Ci siamo arrivati: il Solstizio d’Inverno porta l’oscurità, le notti più lunghe dell’anno.
“Il Sole, nel suo moto apparente, raggiunge il punto più basso del percorso sotto l’equatore celeste e delinea l’arco diurno più corto tra il Sud-Est e il Sud-Ovest, segnando così l’inizio della stagione invernale astronomica nell’emisfero boreale.”
Da sempre, a differenza degli animali, abbiamo avuto timore delle tenebre e la scoperta del fuoco ha significato l’inizio della consapevolezza del nostro essere “Umani”.
La cronaca ci riporta fatti che inducono a pensare che proprio noi, esseri umani, ci stiamo perdendo, affondando ed annichilendoci nel pantano di una cosiddetta “civilizzazione”, rivelandoci spesso stupidi e crudeli fra di noi e nei riguardi della stessa fonte della nostra esistenza, Madre Natura.
Il Solstizio d’Inverno, riconosciuto da sempre e da tutti i Popoli come un momento Sacro, ci offre l’opportunità, in questa fase di massima contrazione delle ore diurne, di raccoglierci all’interno della tana, all’interno di noi stessi, per affrontare un piccolo pezzo di quell’enorme lavoro rappresentato dall’incontro con la nostra Ombra, a condizione che gli esseri umani siano ancora in grado di entrare in sintonia con ritmi della Natura.
La polarità luce- tenebre, sole- ombra, interno-esterno, in questi giorni speciali ci incoraggia, ognuno per la sua piccola parte, a tenere accesa una fiammella, la luce della nostra “umanità”, quella stessa Luce che qualcuno chiama Amore, affinché le tenebre perdano la loro valenza minacciosa e finalmente armonizzate con il loro opposto ci offrano la speranza di una magnifica Rinascita.

“Le spighe di grano di Maruja”

“Le spighe di grano di Maruja”

Al Museo Tyssen di Madrid mi sono imbattuta in questa opera della pittrice surrealista spagnola Maruja Mallo: “El canto de las espigas”.

L’associazione tra questo quadro e Cerere, la divinità romana corrispondente alla Demetra greca, è immediata. Questa rappresentazione archetipica del principio femminile, sia nel mondo latino che in quello ellenistico, è associata alla maternità e al nutrimento.
I miti ci tramandano che fu proprio Demetra ad insegnare agli uomini la coltivazione del grano. Le due dee sono molto spesso raffigurate con spighe di grano nelle mani. Nel bacino del Mediterraneo questo cereale è considerato fin dalle origini l’alimento umano per eccellenza e al punto da rappresentare in molte religioni un potente simbolo del Sacro, basti pensare alla Eucarestia cristiana.

Maruja Mallo (1902-1995) ha ritratto in molte sue opere immagini riconducibili al principio femminile, lei amava essere definita un Mariscos (frutto di mare ) dell’arte, quindi una creatura del mare, un riccio o una conchiglia, attributi del femminile ben presenti nelle Madonne di Salvador Dalì.
..ma avremo ancora modo in questa sede di riflettere sull’Arte di Maruja.

Qui a sotto abbiamo un altra sua opera “La sorpresa del grano” che ritrae ancora le spighe di grano che spuntano dalla mano di una donna.

“La Natura, il Femminile e il dott. Bach”

“La Natura, il Femminile e il dott. Bach”

Il principio femminile appare ben più radicato del suo opposto/complementare principio maschile.

Il maschile è movimento e dinamicità (…non pensate adesso ai vostri mariti sul divano…), il femminile è invece staticità e radicamento, la casa ad esempio è collegata al principio femminile.

Le donne hanno un contatto con il sacro che è panteista*, collegato cioè alla forza vitale della Madre Terra. Per i maschi questo collegamento non è immediato, ma deve essere mediato da un approccio intellettuale, filosofico o iniziatico.

Le secrezioni corporee, sangue, latte, liquido amniotico, e i cicli ormonali che scandiscono le stagioni delle donne ne fanno creature “naturali”, profondamente collegate alle leggi che regolano il mondo della natura. Il maschio ha per compito la colonizzazione dei luoghi selvaggi: portatore del logos che civilizza, deve razionalizzare i fenomeni atmosferici, domando il mondo vegetale e animale.

La donna, volente o nolente, dalla pubertà è costretta ad essere profondamente consapevole dei cicli naturali ed ad essi si deve assoggettare entrando in sintonia con il ritmo della natura.

Nel rapporto con le risorse curative del mondo vegetale, le donne devono dunque compiere un passaggio in meno, la loro percezione è più immediata e questo potrebbe spiegare la loro remota tradizione erboristica.

Quindi il femminile (anche quello insito in ogni uomo) arriva prima, percepisce, intuisce dove si cela la proprietà risanatrice, ma è il maschile (presente in misura diversa in ogni donna) che raccoglie dati, elabora e crea una teoria.

Il mio pensiero va al dott. Edward Bach che l’agiografia ci descrive come un maschio alfa, un ricercatore, uno scienziato, un efficace paladino del logos. Eppure il metodo che ci ha lasciato nasce sì, dallo studio e dalla ricerca, ma anche (e vorrei dire soprattutto) dall’intuizione e dalla percezione sensitiva. Abbiamo quindi un uomo intelligente e stimato, socialmente ben inserito, che ad un certo punto della sua esistenza, come narra la sua biografia, sopravvive ad un “terremoto”. E’ legittimo pensare che un simile sconvolgimento lo abbia indotto ad incontrare e valorizzare  la propria “Anima”, nell’accezione junghiana del termine, e noi sappiamo di quale portentosa Anima si trattava!

Non stupisce che nella sua ultima e più importante fase di ricerca, quella collegata ai Fiori, fosse circondato da tante donne, qualcuno racconta come la gente del luogo lo chiamasse ” l’uomo dalle due mogli”. Colpisce come tale aggettivo fosse scevro da insinuazioni su presunti comportamenti lussuriosi. Fra quelle persone, la stima nel ”dottore” restava intatta, probabilmente alimentata dal fervore febbrile con cui Bach si dedicava alla sua missione, consapevole che il tempo a disposizione per portarla a termine stava per scadere.

*Panteismo: una concezione che vede il divino infuso in ogni elemento del cosmo e quindi nel mondo della natura. Questa concezione è comune a molte religioni e tradizioni religiose come l’Induismo, il Buddhismo, la Cabala. Appare nella filosofia occidentale fin dalle origini, e in diversi movimenti spiritualistici contemporanei.

 


“Afrodite”

“Afrodite”

VEDI, HO CIMBALI AI POLSI E ALLE CAVIGLIE,
DING DING,
ASCOLTA E NON SCATTARE ANCORA, ABBANDONATI A ME
COSI’ CHE SIA IL RITMO ABBAGLIANTE DEL MIO VENTRE ROTONDO
AD IMPRESSIONARE LA TUA PELLICOLA FREDDA.
(Marisa Raggio)

Afrodite è la Dea dell’Amore e della bellezza, il suo corrispondente romano è Venere, che comprende attributi di una divinità italica molto antica  venerata già come protettrice delle piante ornamentali e quindi dei luoghi coltivati ed ameni ed in senso più ampio della bellezza. Illustri autori* la accostano ad una divinità orientale Ashtoret o Astarte associata all’amore ed al piacere carnale.
Secondo il mito ellenico più noto, Crono spodestò il padre Urano castrandolo con un falcetto. I suoi attributi cadendo nel Mare Egeo lo fecondarono: dalla spume delle sue onde nacque  questa Dea di straordinaria bellezza.

Afrodite,  che si narra ebbe molti amanti e diversi figli, è descritta come  padrona di se stessa e delle proprie pulsioni erotiche. Sceglie infatti sempre autonomamente  i suoi amanti e non ha mai subito violenza nè è mai stata rapita  come era costume avvenisse fra le divinità femminili dell’Olimpo.

Lei è straordinariamente potente, punisce duramente chi osa trascurare il suo culto e disprezzare le leggi dell’Amore passionale. Non a caso,  fra le tante sue unioni, la più significativa è forse quella tempestosa con Ares, l’irruento Dio della guerra.

Per comprendere  meglio Afrodite abbiamo un mito alessandrino che, in diverse varianti, ha ispirato molti artisti, pittori, scultori e commediografi. Si narra come  lo scultore Pigmalione scolpisse una statua femminile di tale perfezione  da osare competere con la bellezza della Dea.  Afrodite, ferita nel suo orgoglio o forse indispettita  dal fatto che l’artista esaltasse un corpo di marmo disprezzando le  donne in carne ed ossa, diede vita alla statua, trasformandola in una seducente fanciulla del quale lo scultore si innamorò perdutamente. La amata però abbandonò il suo creatore spezzandogli il cuore.

Quali Fiori utilizzare quando questa rappresentazione archetipica è dominante o troppo debole?…continua

* K. Kerényi- Gli dei e gli eroi della Grecia-il Saggiatore.

L’immagine è tratta da un’opera della Pittrice Anna Antola.

 

“Il Generale Inverno”

“Il Generale Inverno”

Non ci sono più gli inverni di una volta!: cari nostalgici eccovi serviti!
La pozza d’acqua stagnante di fronte a casa mia, che i milanesi continuano affettuosamente a chiamare Darsena in memoria dei tempi in cui lì attraccavano le chiatte cariche di merci, sabbia principalmente, da tre giorni si è trasformata in una lucida lastra di ghiaccio.

Lì, da qualche tempo, discretamente, approfittando dell’incuria dei precedenti amministratori cittadini, si sono installati dei clandestini: gallinelle d’acqua, germani reali, garzette, persino un magnifico airone cinerino, oltre a passerotti vari, merli e i soliti scrocconi, gabbiani e piccioni.
Questa terribile gelata impedisce loro di nutrirsi, ed io, ogni giorno, munita di un bel sacco di pane vecchio, non posso fare a meno di attraversare il viale, e costeggiare il naviglio, con la neve che scrocchia sotto ai miei piedi, per portare loro un poco di cibo.

Non sono sola, spesso incontro persone, tante, che fotografano questo scorcio di Milano abbellito dalla neve e dal gelo, ma non ne ho mai vista una tirare un tozzo di pane ai volatili intirizziti che si avventano subito su ciò che lancio verso di loro.
Qualcuno mi ha fatto notare che l’emergenza deve riguardare gli umani prima degli uccelli…. ovvio… ma io ho loro davanti alla finestra, e mi dispiace pensare che spariscano uccisi dal freddo.

Così, vergognandomi un poco, anche oggi sono andata dai miei amici pennuti, cercando di ignorare gli sguardi incuriositi di coppiette e fotografi. Immaginatevi la mia sorpresa quando ho sentito finalmente una voce alle mie spalle che diceva:” poverini fanno pena!” Ho appena fatto in tempo a voltarmi che ho visto un uomo alto, con lunghi capelli biondi, vestito a strati, che si allontanava a grandi falcate, sostando ogni tanto a frugare nei cestini. Per raggiungerlo ho dovuto correre sul sentiero scivoloso per il ghiaccio, non potevo lasciarlo andare via senza una parola.
Così mi sono avvicinata e gli ho chiesto: ” ti prendi qualche cosa di caldo?” e lui mi ha risposto pronto, mostrandomi un viso giovane e gradevole e un sorriso molto sdentato: “certo, vino!”
Io gli ho allungato la banconota di piccolo taglio che avevo in tasca raccomandandogli di non addormentarsi all’aperto: “vai in metropolitana piuttosto! ” gli ho ripetuto diverse volte , ma lui sorrideva, scrollava le spalle e continuava a benedirmi, alla fine ha chiesto il mio nome e ci siamo divisi.

Ho fatto un poco di strada e l’ho sentito che mi chiamava sventolando la banconota:
” Marisa, Marisa, io chiamo Valentino e fra pochi giorni è mia festa, questo è mio regalo per mia festa, ricordati di me per mia festa “. Poi mi ha girato le spalle e se n’è andato con le sue lunghe gambe da trampoliere.

Bè Valentino, puoi stare tranquillo, il 14 febbraio di te mi ricorderò sicuramente e in queste notti potrò solo sperare che il pieno di vino non ti impedisca di rifugiarti nel mezzanino del metrò.
Ve lo consiglio di cuore, mettete qualche briciola sul balcone e non abbiate timore a rispondere alle persone gentili.

Sereno inverno a tutti voi.
Marisa

(Questa storia è accaduta oggi 4 febbrio 2012 alle ore 16, a Milano, esattamente come ve la sto raccontando, senza aggiunta di fronzoli abbellimenti vari)

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“Erbe buone per l’anima e per la… gola”

“Erbe buone per l’anima e per la… gola”

Quando il sole si fa più discreto, attenuata la vampa estiva, sotto gli ulivi cominciano a spuntare, tenere, tenere, le erbe selvatiche e finalmente la raccolta può incominciare. Sono le erbe che noi conosciamo perché ne utilizziamo le vibrazioni sotto forma di essenze floreali e il cui principio attivo ci aiuta a curare diversi acciacchi. Erbe spontanee che sapientemente cucinate contribuiscono da secoli a rendere la cucina ligure, che è essenzialmente “povera”, così saporita e profumata.

Tra le tante ricette che utilizzano questo bendiddio, vi presento la più semplice, ma anche quella che fa più discutere a partire dall’origine del suo curioso nome: PREBUGIUN . Si racconta che il termine derivi addirittura da Goffredo di Buglione che aveva attraversato il territorio con i suoi crociati. Questi chiedevano offerte di cibo alla popolazione “ pro Buglione”, di qui Prebugiùn o Preboggiòn, a seconda delle zone.

Il piatto è davvero elementare: un insieme di erbe selvatiche che vengono fatte lessare e poi mescolate alle patate bollite, il tutto deve essere poi abbondantemente innaffiato da ottimo olio di frantoio.

Meno semplice è invece la sua composizione che negli anni è andata impoverendosi, molte erbe ormai non si trovano più, o piuttosto, sempre meno persone le sanno riconoscere.

Le principali erbe che compongono il brebugiùn sono: Cicerbita (lig. scixèrbua – Sonchus oleraceus); Grattalingua, (lig. [rat]talêgua – Reichardia picroides); Raperonzolo, (lig. ranpunçu – Campanula rapunculus); Cicoria, (lig. radicion – Cichorium intybus); Radicchio selvatico, (lig. denti de coniggio – Hyoseris radiata); Tarassaco, (lig. dente de can – Taraxacum officinale); Borragine, (lig. boraxe – Borago officinalis); Bietola di prato, (lig. gè – Beta vulgaris); Ortica, (lig. ortiga – Urtica dioica; Papavero, (lig. papavao – Papaver rhoeas).

Io ricordo, aimè troppi anni fa, di anziane contadine che aggiungevano foglie di Pratolina (Bellis Perennis) eVioletta( viola odorata) per rendere il miscuglio “ più profumato”

Così ce ne parla il poeta chiavarese Carlo Costa (1912-2000), nella sua poesia PORTO D’ERBE:

Vaddo p’erbe, talegue, radiccion, 
crescion, bonòmmi, sciscèrboe, boraxi; 
scerbo gramigna, leuggio, scioùa d’òrto;
çenn-o con ‘n euvo e ‘n pò de preboggion: 
scòrdo do mondo coæ, bæghe, ravaxi 
into refugio e a paxe do mæ pòrto.

(Vado in cerca d’erbe, radicella, radicchio, crescione, cicerbite, borragine; estirpo gramigna, loglio, fioritura d’orto; ceno con un uovo e un po’ di verdura bollita: dimentico le voglie, le beghe, i trambusti del mondo nel rifugio e nella pace del mio porto.)

Il tarassaco e la borrragine fanno parte del sistema di essenze floreali californiane, con i nomi di Dandelion e Borage.

Dandelion termine inglese che ci riporta al nome popolare “dente di leone”, è quella comunissima pianta che ha foglie appunto dentellate e il cui fiore, di un bel giallo solare, si trasforma nei cossiddetti soffioni, i morbidi batuffoli di semi che i bambini amano disperdere nell’aria con un soffio. Agisce sulle contratture muscolari, ed è utile alle persone molto tese, indaffarate, che tendono a disperdere la propria energia.  Assumendola saremo guidati a dare maggiore ascolto ai messaggi che ci arrivano sia dal nostro corpo che dalle nostre emozioni.

Borage è una essenza floreale che utilizzo molto sia per me che per le persone di cui mi prendo cura. E’ partcolarmente utile per tutte quelle emozioni legate alla tristezza e allo scoraggiamento che talvolta possono essere percepite fisicamente nella zona del cuore. Ho notato che spesso chi mi sta parlando di un lutto o un grosso dipiacere tende a portarsi la mano in quel punto che la tradizione indiana indica come chakra del cuore. Borage dona il coraggio di andare avanti anche nei momenti di maggiore afflizione.

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